Portamento distinto, cappello (sumbreri) in testa e ramoscello di assenzio nel taschino della giacca, Gavino è sempre stato un uomo di compagnia, grande conversatore e, purtroppo, anche accanito bevitore. Dava l’impressione a chi lo ascoltava di aver frequentato le scuole superiori; correva anche voce che avesse studiato in seminario, mentre in realtà non era andato oltre la terza elementare. Eccelleva nell’improvvisazione poetica e riusciva a comporre con sorprendente rapidità versi arguti e briosi che incantavano l’uditorio. La sua cristallina vena poetica costituiva un forte richiamo ovunque si recasse. Nel 1896 fu d’accordo con gli altri poeti estemporanei, e in particolare con Antonio Cubeddu di Ozieri, nel sostenere che le gare poetiche si svolgessero sul palco e che il vincitore o i primi tre poeti scelti dalla giuria ricevessero un premio in danaro in sostituzione o insieme al tradizionale trofeo (su pannu). Inoltre diede un sostanziale contributo all’evoluzione della poesia sarda da poesia di “forma” a poesia di “sostanza”. Per oltre 20 anni Gavino ha calcato i palchi di tutta la Sardegna ingaggiando memorabili duelli dai quali è emersa la sua figura di combattente indomito che lo ha reso famoso negli angoli più sperduti dell’isola. Sovente il vino gli creava dei problemi, sempre più accentuati di mano in mano che avanzava con l’età. Non gradiva però che il vizio gli venisse rinfacciato in pubblico dai colleghi e chi osava farlo incorreva nelle sue frecciate. Un comportamento del tutto diverso aveva invece coi silighesi che per questa sua debolezza lo rimproveravano a fin di bene. La sua acuta sensibilità lo portava a riconoscere che il suo “avversario” Pirastru aveva ragione quando diceva “chi su inu faghet male”. Tuttavia mentre alle insinuazioni di Pirastru rispondeva in modo aggressivo, ai rimbrotti dei silighesi reagiva restando a lungo lontano dal paese o con ottave sul tipo di questa riportata, tanto pacifica da non sembrare sua. E forse neppure lo è, o quanto meno è difficile provarlo, per il fatto che all’epoca la maggior parte delle poesie, comprese quelle composte “a tavolino”, erano memorizzate e tramandate oralmente.